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mercoledì 7 settembre 2016

L'insostenibile leggerezza della Politica

Uno studio della storia delle opinioni è un indispensabile presupposto all'emancipazione della mente.
John Maynard Keynes 

(PDF) Nulla, ovviamente, è mai bello come ce lo ricordiamo. Il consenso socialdemocratico e le istituzioni dello Stato sociale dei decenni del dopoguerra coincisero con esempi di urbanistica ed edilizia pubblica fra i peggiori dell'era moderna. Dalla Polonia comunista alla Svezia socialdemocratica, dall'Inghilterra laburista alla Francia gollista e al South Bronx, urbanisti presuntuosi e insensibili tappezzarono le città di invivibili e inguardabili palazzoni di case popolari. Alcuni di questi sono ancora fra noi: Scarcelles, una banlieue parigina, testimonia la sprezzante indifferenza dei mandarini della burocrazia pubblica nei riguardi della vita quotidiana dei loro sudditi; nella parte est di Londra, Ronan Point, un palazzone di particolare bruttezza, ha avuto il buon gusto di crollare spontaneamente, ma la maggior parte degli edifici di quell'epoca è ancora in piedi.
L'indifferenza delle autorità locali e nazionali per i danni provocati dalle loro decisioni rappresenta forse un aspetto inquietante della pianificazione e del rinnovamento del dopoguerra. L'idea che quelli al potere ne sappiano di più, che siano impegnati in un'opera di ingegneria sociale per conto di persone che non sanno che cos'è meglio per loro, non era nata nel 1945, ma ebbe la sua massima fioritura nei decenni successivi. Era l'epoca di Le Corbusier: troppo spesso non ci si curava minimamente di quello che pensavano le masse dei loro nuovi appartamenti, dei nuovi quartieri in cui erano state trasferite, della «qualità di vita» a loro assegnata.
Già alla fine degli anni Sessanta, l'idea che «la mamma sa che cosa è meglio per te» cominciava a produrre una reazione contraria. Gruppi auto-organizzati di cittadini di classe media cominciarono a protestare per la demolizione abusiva e integrale non solo di quartieri «brutti» e malsani, ma anche di edifici e aree urbane di pregio: l'arbitraria demolizione della Pennsylvania Railroad Station a New York e della Euston Station a Londra, la costruzione di un mostruoso grattacielo per uffici nel cuore dell'antico quartiere di Montparnasse a Parigi, la grigia riorganizzazione del tessuto urbano di intere città. Invece di un esercizio di modernizzazione socialmente responsabile per conto della collettività, queste iniziative cominciavano ad apparire come sintomi di un potere insensibile e senza controlli.
Perfino in Svezia, dove i socialdemocratici mantenevano saldamente in mano il potere, come sempre, l'implacabile uniformità, anche nei casi migliori, dei quartieri di case popolari, dei servizi sociali o delle politiche sanitarie pubbliche iniziò a infastidire la generazione più giovane. Se le pratiche eugenetiche di alcuni governi scandinavi negli anni del dopoguerra, che incoraggiavano e addirittura imponevano una sterilizzazione selettiva nell'interesse della collettività, fossero state maggiormente note alla cittadinanza, la sensazione di una dipendenza oppressiva da uno Stato panottico forse sarebbe stata ancora più accentuata. In Scozia, nella Glasgow operaia, dove oltre il 90 per cento della popolazione cittadina viveva in palazzoni di proprietà del comune, l'aspetto degradato di questi edifici era la dimostrazione dell'indifferenza delle autorità municipali (socialiste) alle condizioni di vita dei loro elettori proletari.
La sensazione, diffusa negli anni Settanta, che lo Stato «responsabile» non prestasse ascolto ai bisogni e ai desideri di coloro che sosteneva di rappresentare contribuì ad allargare il divario sociale. Da un lato c'era una generazione più anziana di urbanisti e sociologi. Eredi della presunzione manageriale degli edoardiani, questi uomini e queste donne rimanevano orgogliosi dei risultati ottenuti. Borghesi essi stessi, erano particolarmente soddisfatti di essere riusciti a vincolare le vecchie élites a un nuovo ordine sociale.
Ma i beneficiari di quell'ordine, dall'altro lato (i negozianti svedesi, i marinai scozzesi, gli afroamericani dei quartieri degradati delle città statunitensi o gli annoiati abitanti delle banlieues francesi), erano sempre più infastiditi dal fatto di dipendere da amministratori, consiglieri municipali e regolamenti burocratici. Per ironia della sorte, erano proprio gli esponenti dei ceti medi i più soddisfatti della propria condizione (più che altro perché lo Stato sociale lo conoscevano più sotto forma di fornitore di servizi molto apprezzati che di vincolo all'autonomia e all'iniziativa).
Ma il divario più grande ora era quello che separava le generazioni. Per tutti coloro nati dopo il 1945,10 Stato sociale e le sue istituzioni non erano la soluzione a dilemmi precedenti: rappresentavano semplicemente le condizioni normali dell'esistenza (ed erano piuttosto noiose). I baby boomers, che a metà degli anni Sessanta facevano il loro ingresso all'università, non avevano conosciuto altro che un mondo di crescenti opportunità, generosi servizi sanitari e scolastici, ottimistiche prospettive di ascesa sociale e (forse soprattutto) un indefinibile ma onnipresente senso di sicurezza. Gli obiettivi della precedente generazione di riformatori non interessavano più ai loro eredi, anzi venivano percepiti sempre di più come restrizioni alla libertà e all'espressione individuale.


L'ironico lascito degli anni Sessanta

La mia generazione degli anni Sessanta, con tutti i suoi grandi ideali, ha distrutto il liberalismo per via dei suoi eccessi.
Camille Paglia 

Un aspetto peculiare dell'epoca era che la frattura generazionale correva trasversalmente alle classi sociali, oltre che alle esperienze nazionali. L'espressione retorica della rivolta giovanile era ovviamente confinata a una ristrettissima minoranza: anche negli Stati Uniti di allora la maggior parte dei giovani non frequentava l'università e le proteste nei college non rappresentavano necessariamente la gioventù americana nel suo complesso. Ma i sintomi più generali della dissidenza generazionale — musica, abbigliamento, linguaggio — erano insolitamente diffusi per effetto della televisione, delle radio a transistor e dell'internazionalizzazione della cultura popolare. Alla fine degli anni Sessanta, il divario culturale che separava i giovani dai loro genitori era forse maggiore che in qualunque altro momento storico dall'inizio dell'Ottocento ad allora.
Questa rottura della continuità evocava un altro mutamento tellurico. Per la precedente generazione di politici ed elettori di sinistra, il rapporto fra «lavoratori» e socialismo — fra «poveri» e Stato sociale — era lampante. La «sinistra» era associata da tempo (e vi dipendeva in gran parte) al proletariato industriale urbano. Al di là del pragmatico apprezzamento dei ceti medi, le riforme del New Deal, le social-democrazie scandinave e il welfare state britannico avevano fatto leva sul sostegno presunto di una massa di operai e dei loro alleati rurali.
Ma nel corso degli anni Cinquanta questo proletariato operaio si stava frammentando e riducendo. Lo sfiancante lavoro manuale nelle fabbriche tradizionali, nelle miniere e nell'industria dei trasporti stava cedendo il passo all'automatizzazione, alla crescita dell'industria dei servizi e a una forza lavoro sempre più femminilizzata. Perfino in Svezia i social-democratici non potevano più sperare di vincere le elezioni semplicemente assicurandosi la maggioranza del voto operaio tradizionale. La vecchia sinistra, con le sue radici nelle comunità proletarie e nelle organizzazioni sindacali, poteva contare sul collettivismo istintivo e sulla disciplina (e acquiescenza) comunitaria di una forza lavoro industriale compatta e determinata. Ma la sua incidenza percentuale sul totale della popolazione stava diminuendo.
La nuova sinistra, come cominciava a chiamarsi in quegli anni, era qualcosa di molto diverso. Per la nuova generazione, il «cambiamento» non doveva arrivare attraverso una disciplinata azione di massa definita e guidata da portavoce autorizzati. Il cambiamento stesso si era spostato, apparentemente, dall'Occidente industriale ai paesi in via di sviluppo, al «Terzo Mondo». Tanto il comunismo quanto il capitalismo erano accusati di stagnazione e «repressione». L'iniziativa dell'innovazione e dell'azione radicale era ora affidata a contadini di paesi remoti o a una nuova gamma di categorie rivoluzionarie. I maschi proletari venivano soppiantati da «neri», «studenti», «donne» e (un po' più tardi) «omosessuali».
Dal momento che nessuna di queste categorie, in patria o all'estero, godeva di rappresentazione distinta nelle istituzioni delle società del benessere, la nuova sinistra si presentava, più o meno consapevolmente, come un movimento che si opponeva non semplicemente alle ingiustizie dell'ordine capitalistico, ma principalmente alla «tolleranza repressiva» delle sue forme più avanzate, a quei sovrintendenti benevoli che avevano liberalizzato le vecchie restrizioni o che avevano garantito a tutti un miglioramento della propria condizione.
Soprattutto, la nuova sinistra (e i suoi elettori, in stragrande maggioranza giovani) rifiutava il collettivismo tramandato dai suoi predecessori. Per la precedente generazione di riformisti, da Washington a Stoccolma, era lampante che la «giustizia», l'«uguaglianza di opportunità» o la «sicurezza economica» fossero obiettivi condivisi che potevano essere raggiunti solo attraverso l'azione comune. La regolamentazione e il controllo dall'alto, eccessivamente intrusivi, avevano i loro limiti, ma questo era il prezzo della giustizia sociale, ed era un prezzo che valeva la pena pagare.
La generazione più giovane vedeva le cose in nodo molto diverso. La giustizia sociale non interessava più i radicali. L'elemento unificante della generazione degli anni Sessanta non era l'interesse di tutti, ma i bisogni e i diritti di ognuno. L'«individualismo», l'affermazione del diritto di ogni persona alla prevaricazione politica: le manifestazioni contro la guerra del Vietnam e le rivolte razziali degli anni Sessanta furono importanti. Ma erano scollegate dal sentimento di uno scopo collettivo, concepite più che altro come un prolungamento della rabbia e dell'espressione dell'individuo.
Questi paradossi della meritocrazia (la generazione degli anni Sessanta era prima di tutto il brillante prodotto collaterale di quegli stessi Stati sociali contro cui riversava il suo giovanile sdegno) riflettevano una perdita di fiducia. Le vecchie classi patrizie avevano ceduto il passo a una generazione di ingegneri sociali animati da buone intenzioni, ma né le une né gli altri avevano previsto la radicale disaffezione dei propri figli. Il consenso implicito dei decenni del dopoguerra ormai era andato in frantumi e cominciava a emergere un consenso nuovo, e decisamente innaturale, incentrato sul primato dell'interesse individuale. I giovani radicali non avrebbero mai descritto in questo modo gli scopi che si proponevano, ma era principalmente la distinzione fra encomiabili libertà private e indisponenti limitazioni pubbliche ad accendere le loro emozioni. E per ironia della sorte, anche la nuova destra che stava emergendo basava la propria identità su questa distinzione.



La rivincita degli austriaci

Dobbiamo renderci conto del fatto che la preservazione della libertà individuale è incompatibile con la piena soddisfazione dei nostri punti di vista sulla giustizia distributiva.
Friedrich von Hayek 

I conservatori — per non parlare della destra ideologica — erano una minoranza nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. La vecchia destra dell'anteguerra era stata doppiamente screditata. Nel mondo anglofono, i conservatori non  erano riusciti a prevedere, comprendere o correggere gli enormi disastri provocati dalla Grande Depressione. Allo scoppio della guerra, solo lo zoccolo duro del vecchio Partito Conservatore inglese e i repubblicani sciovinisti e intransigenti contrastavano ancora gli sforzi dei new dealers di Washington e dei governanti semikeynesiani di Londra per offrire risposte innovative alla crisi.
Nell'Europa continentale, le élites conservatrici pagarono il prezzo della loro accondiscendenza (se non peggio) verso le potenze occupanti. Con la sconfitta dell'Asse, furono spazzate via. Nell'Europa orientale i vecchi partiti di centro e di destra furono brutalmente annientati dal nuovo potere comunista, ma anche nell'Europa occidentale i reazionari tradizionali dovettero levare il disturbo e lasciare il posto a una nuova generazione di moderati.
Anche sul fronte intellettuale il conservatorismo non se la passava molto bene. Per ogni Michael Oakeshott trincerato nel suo rigoroso disprezzo per il pensiero moderno bien-pensant c'erano cento intellettuali progressisti allineati al consenso postbellico. Nessuno si curava granché dei liberisti o dei fautori dello «Stato minimo»; e se la maggioranza dei vecchi liberali provava ancora un'istintiva avversione verso l'ingegneria sociale, anche su quel versante si tendeva a favorire, se non altro per ragioni prudenziali, un livello di attivismo, statale molto accentuato. Il centro gravitazionale del dibattito politico, negli anni successivi al 1945, non era collocato fra la destra e la sinistra, ma dentro la sinistra, da una parte i comunisti e i loro simpatizzanti, dall'altra la corrente liberal-socialdemocratica (predominante).
La cosa più vicina a un conservatorismo teorico serio, in quegli anni di consenso, veniva da uomini come Raymond Aron in Francia, Isaiah Berlin in Gran Bretagna e (anche se in modo abbastanza diverso) Sydney Hook negli Stati Uniti. Tutti e tre questi pensatori avrebbero rifiutato l'etichetta di «conservatori»: erano liberali classici, anticomunisti per ragioni etiche oltre che politiche, e intrisi di quella diffidenza questo senso, ma con conseguenze disastrose. Sei anni dopo Edward Heath, futuro premier conservatore in Gran Bretagna, aveva saggiato il terreno con proposte che andavano nel senso di una maggiore liberalizzazione dei mercati e una riduzione del ruolo dello Stato, ma fu violentemente e ingiustamente castigato per il suo «anacronistico» ricorso a teorie economiche defunte, e dovette battere frettolosamente in ritirata.
Come la scivolata di Heath sembrò indicare, molti erano infastiditi dal potere eccessivo dei sindacati o dall'insensibilità della burocrazia, ma pochi erano disposti a sostenere una virata a centottanta gradi. Il consenso socialdemocratico e le sue incarnazioni istituzionali potevano essere tediosi e perfino paternalistici, però funzionavano e la gente lo sapeva. Fintanto che la larga maggioranza era convinta che la «rivoluzione keynesiana» avesse prodotto cambiamenti irreversibili, i conservatori si sarebbero trovati in difficoltà. Potevano vincere battaglie culturali sui «valori» e sulla «morale», ma a meno di riuscire a portare il dibattito pubblico su un terreno radicalmente diverso erano destinati a perdere la guerra economica e politica.
La vittoria del conservatorismo e la profonda trasformazione che essa ha prodotto nel corso dei trent'anni successivi non erano inevitabili, tutt'altro: c'è voluta una rivoluzione intellettuale. Nel giro di poco più di un decennio, il «paradigma» dominante del dibattito pubblico si è spostato dall'entusiasmo per l'intervento pubblico e per i beni collettivi alla visione del mondo riassunta alla perfezione nella famigerata facezia di Margaret Thatcher: «Non esiste una cosa chiamata società, esistono solo gli individui e le famiglie». Negli Stati Uniti, quasi nello stesso momento Ronald Reagan si conquistava una popolarità duratura proclamando che in America era tornato il «mattino». Il governo non era più la soluzione, era il problema.
Se il governo è il problema e la società non esiste, allora il ruolo dello Stato si riduce ancora una volta a quello di facilitatore. Il compito del politico è di accertare che cosa sia meglio per l'individuo e poi offrirgli le condizioni per ricercare questo meglio con un livello di interferenza minimo. Il contrasto con il consenso keynesiano non poteva essere più stridente: Keynes stesso era arrivato a convincersi che il capitalismo non sarebbe sopravvissuto se si fosse limitato a fornire ai ricchi i mezzi per arricchirsi ancora di più.
Era proprio questa concezione così ottusa del funzionamento di un'economia di mercato che aveva portato al disastro, secondo lui. E allora perché oggi siamo tornati ad abbracciare questa concezione confusa, riducendo il dibattito pubblico a una discussione condotta in termini strettamente economici? Per riuscire a spodestare con tanta facilità e apparente unanimità il consenso keynesiano, le contro-argomentazioni dovevano essere molto efficaci. Lo erano, e non nascevano dal nulla.
Noi siamo gli eredi involontari di un dibattito di cui la maggior parte della gente è completamente all'oscuro. Se ci chiedessero che cosa ci sia dietro il nuovo (vecchio) pensiero economico, forse risponderemmo che è opera di una serie di economisti angloamericani riconducibili in larghissima maggioranza all'Università di Chicago. Ma se ci chiedessero da dove i Chicago boys abbiano preso le loro idee, scopriremmo che l'influenza più grande è stata esercitata da un gruppetto di stranieri, tutti immigrati dall'Europa centrale: Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Joseph Schumpeter, Karl Popper e Peter Drucker.
Mises e Hayek sono stati gli eminenti precursori della «scuola di Chicago». Schumpeter è noto soprattutto per la sua entusiasta descrizione dei poteri «creativi e distruttivi» del capitalismo, Popper per la sua difesa della «società aperta» e le sue opere sul totalitarismo. Quanto a Drucker, i suoi saggi sul management hanno esercitato un'enorme influenza sulla teoria e la pratica dell'attività imprenditoriale nei prosperi decenni del boom economico del dopoguerra. Tre di questi studiosi erano nati a Vienna, un quarto (Mises) nella Leopoli austriaca e oggi ucraina (Lemberg in tedesco e L’viv ín ucraino), il quinto (Schumpeter) in Moravia, qualche decina dí chilometri più a norddella capitale dell'impero austroungarico. Tutti e cinque erano rimasti profondamente scossi dalla catastrofe che aveva colpito il loro paese natale tra le due guerre.
Dopo il cataclisma della prima guerra mondiale e un breve esperimento di socialismo municipale a Vienna (dove Hayek e Schumpeter avevano preso parte al dibattito sulla socializzazione economica), l'Austria era stata travolta da un golpe reazionario nel 1934 e poi, quattro anni dopo, dall'invasione e dall'occupazione nazista. Come moltissimi altri, i giovani economisti austriaci erano stati costretti da questi eventi a prendere la via dell'esilio, e tutti Hayek in particolare —avrebbero impostato i propri scritti e i propri insegnamenti all'ombra di quella che era diventata la domanda centrale della loro vita: perché l'Austria liberale era crollata aprendo la strada al fascismo?
La loro spiegazione fu che i tentativi infruttuosi della sinistra (marxista) di introdurre nell'Austria post Grande Guerra pianificazione pubblica, servizi controllati dagli enti locali e attività economica collettivizzata non solo non erano approdati a niente, ma avevano scatenato una reazione contraria. Popper, per citare il caso più noto, sosteneva che l'indecisione dei socialisti della sua epoca, paralizzati dalla loro fede nelle «leggi della storia», non poteva reggere il confronto con le energie radicali dei fascisti, che agivano. Il problema era che i socialisti avevano troppa fede nella logica della storia e nella ragione degli uomini. I fascisti, a cui non importava né dell'una né dell'altra cosa, erano nella posizione ideale per spodestarli.
Agli occhi di Hayek e dei suoi contemporanei, la tragedia europea era stata originata dall'inadeguatezza della sinistra: prima perché incapace di raggiungere i suoi obiettivi, e poi perché incapace di reggere la sfida lanciatale dalla destra. Ognuno di loro, anche se per vie diverse, arrivò alla stessa conclusione: il modo migliore (anzi, l'unico) per difendere il liberalismo e una società aperta era tenere lo Stato fuori dalla vita economica. Tenendo l'autorità a distanza di sicurezza, impedendo ai politici — non importa se animati da buone intenzioni — di pianificare, manipolare o dirigere gli affari dei loro concittadini, si sarebbe riusciti a tenere a freno gli estremisti, sia di destra che di sinistra.
Con lo stesso dilemma (capire cos'era successo fra le due guerre e impedire che tornasse a ripetersi), come abbiamo visto, si trovò alle prese Keynes. L'economista inglese si poneva sostanzialmente lo stesso interrogativo di Hayek e dei suoi colleghi austriaci. Ma per Keynes era diventato evidente che la difesa migliore dall'estremismo politico e dal collasso economico consisteva nell'incrementare il ruolo dello Stato, incluso, ma non soltanto, l'intervento economico in funzione anticiclica.
Hayek proponeva il contrario. Nel suo celebre saggio del 1944, La via della schiavitù, scriveva:

Nessuna descrizione in termini generali può dare un'idea adeguata della somiglianza di gran parte della letteratura politica in Inghilterra con le opere che distrussero in Germania la fede nella civiltà occidentale e crearono l'ambiente ideale in cui il nazismo ha potuto avere successo.

In altre parole, Hayek, che ormai viveva in Inghilterra e insegnava alla London School of Economics, prefigurava esplicitamente (basandosi sul precedente austriaco) un esito fascista qualora il Labour, con i suoi obiettivi proclamati in tema di welfare e servizi sociali, avesse conquistato il potere in Gran Bretagna. Come sappiamo, il Labour vinse, ma la sua vittoria, lungi dall'aprire la strada a una riedizione del fascismo, contribuì a stabilizzare la Gran Bretagna del dopoguerra.
Negli anni successivi al 1945, gli osservatori più accorti valutarono che gli austriaci avevano fatto un semplice errore categoriale. Come tanti altri profughi, avevano dato per scontato che le condizioni che avevano determinato il tracollo del capitalismo liberale nell’Europa fra le due guerre fossero riproducibili costantemente e all'infinito. E dunque, agli occhi di Hayek, la Svezia, per via dei successi politici delle maggioranze di governo socialdemocratiche e del loro ambizioso programma legislativo, era un altro paese destinato a seguire la strada che aveva precipitato la Germania nell'abisso.
Fraintendendo gli insegnamenti del nazismo (o applicando assiduamente un gruppo ben selezionato di essi), gli intellettuali profughi dell'Europa centrale finirono per auto-emarginarsi nel prospero Occidente del dopoguerra. Per citare Anthony Crosland, che nel 1956, all'apice della fiducia nella socialdemocrazia, scriveva: «Nessuno ormai, di qualsiasi estrazione sociale, crede nella tesi di Hayek, un tempo molto popolare, che sostiene che qualunque interferenza con il funzionamento del mercato ci spinge immancabilmente lungo la china scivolosa che conduce al totalitarismo». Gli intellettuali profughi (e specialmente gli economisti fra loro) vivevano in una condizione di risentimento endemico verso i loro ospiti poco comprensivi. Qualunque teoria sociale non individualistica, qualunque argomentazione fondata su categorie collettive, su obiettivi comuni o sul concetto di bene sociale, giustizia e così via, sollevava in loro reminiscenze inquietanti di cataclismi passati. Ma anche in Austria e in Germania le circostanze erano cambiate enormemente: i loro ricordi avevano scarsa utilità dal punto di vista pratico. Uomini come Hayek o Mises sembravano condannati alla marginalità professionale e culturale. Solo quando i sistemi di welfare di cui tanto diligentemente avevano predetto il fallimento cominciarono a entrare in crisi, tornarono a trovare un pubblico attento alle loro teorie: una tassazione elevata inibisce la crescita e l'efficienza, la regolamentazione pubblica soffoca l'iniziativa e lo spirito imprenditoriale, meno lo Stato interviene più la società è sana, e via discorrendo.
Dunque, quando ripetiamo i luoghi comuni convenzionali sul libero mercato e le libertà occidentali, in realtà stiamo riecheggiando, come la luce di una stella che si sta spegnendo, un dibattito ispirato e guidato settant'anni fa da uomini nati quasi tutti verso la fine dell'Ottocento. Certo, il fatto di essere oggi incoraggiati a pensare solo in termini economici non è associato normalmente a queste diatribe ed esperienze politiche remote. Quasi nessuno degli studenti delle facoltà di economia ha mai sentito parlare di alcuni di questi esotici pensatori stranieri, e nessuno li incoraggia a farlo. Ma ignorare le origini austriache del loro (e del nostro) modo di pensare è come parlare una lingua che non comprendiamo fino in fondo.
Vale la pena di sottolineare che Hayek non può essere considerato responsabile delle semplificazioni ideologiche dei suoi seguaci. Come Keynes, l'economista austriaco considerava l'economia una scienza interpretativa, imprevedibile e imprecisa. Hayek considerava sbagliata la pianificazione perché doveva necessariamente basarsi su calcoli e previsioni fondamentalmente privi di senso e quindi irrazionali. La pianificazione non era un errore morale, e non era nemmeno indesiderabile in linea di principio. Era semplicemente impraticabile (e se fosse stato coerente, Hayek avrebbe ammesso che più o meno lo stesso si poteva dire per le teorie «scientifiche» sul funzionamento del mercato).
La differenza, naturalmente, era che la pianificazione esigeva costrizione per funzionare come si deve, e questo portava direttamente alla dittatura, il vero bersaglio di Hayek. Il mercato efficiente può essere un mito, ma almeno non comporta una coercizione dall'alto. Nondimeno, il rifiuto dogmatico da parte di Hayek di qualunque controllo centrale si prestava all'accusa di... dogmatismo. Fu Michael Oakeshott a osservare che anche l'«hayekísmo» era una dottrina: «Un piano per Opporsi a ogni forma di pianificazione forse è meglio del suo contrario, ma appartiene allo stesso tipo di politica».
Negli Stati Uniti, tra una nuova generazione di spavaldi econometristi (una sottodisciplina sulla cui pretesa scientificità sia Hayek che Keynes avrebbero avuto molto da ridire), la convinzione che il socialismo democratico sia un obiettivo irraggiungibile e dalle conseguenze perverse è diventata qualcosa di simile a una teologia. Un credo che si è allacciato alla condanna popolare di qualunque sforzo per accrescere il ruolo dello Stato, o del settore pubblico, nella vita quotidiana dei cittadini americani.
In Gran Bretagna questa particolare estensione della lezione austriaca non è riuscita a guadagnarsi altrettanto credito. Le ragioni sono evidenti: la popolarità dell'assistenza sanitaria gratuita o dell'istruzione universitaria sovvenzionata, per citare gli esempi più noti. Ma durante l'era Thatcher-Blair-Brown la santificazione di banchieri, broker, agenti di Borsa, nuovi ricchi e chiunque abbia accesso a ingenti somme di denaro ha prodotto un'ammirazione incondizionata per un'«industria dei servizi finanziari» regolamentata il meno possibile, e conseguentemente una fede nella naturale bonarietà del mercato globale dei prodotti finanziari.
Che cosa avrebbe pensato Hayek (o perfino Schumpeter, il profeta della distruzione capitalistica) di questa volgare  venerazione del denaro e di chi lo possiede è un'altra questione. Ma è indiscutibile che le tesi usate per giustificare l'enorme e crescente divario di ricchezza nella Gran Bretagna moderna derivano direttamente dall'apologetica della deregolamentazione, dell'interferenza minima e delle virtù del settore privato, a cui hanno dato un contributo fondamentale i testi economici della scuola austriaca.
Il caso britannico, ancora di più di quello americano, mostra le conseguenze pratiche di questa retro-trasformazione del linguaggio economico moderno (anche se la triste storia degli entusiasmi islandesi per le contrade selvagge del bandit banking è ancora più illuminante). Partendo da una manciata di brillanti intellettuali fuggiti dall'Europa fra le due guerre, passiamo attraverso due generazioni di professori di economia dediti a riconfigurare la loro disciplina... fino ad arrivare agli scandali che negli ultimi anni hanno visto protagonisti banche, mutui, finanza privata e hedge fund.
Dietro ogni banchiere e agente di Borsa cinico (o semplicemente incompetente) c'è un economista che dalla sua posizione di autorità intellettuale incontestata garantisce a loro (e a noi) che le azioni da essi compiute sono utili per la collettività e che in ogni caso non devono essere sottoposte a supervisione collettiva. Dietro a questo economista e ai suoi lettori creduloni ci sono, a loro volta, tutti coloro che hanno preso parte a dibattiti conclusi da tempo. Lo stato esangue del nostro linguaggio pubblico corrente, la nostra incapacità di concepire qualcosa che vada oltre le categorie e i clichés che conformano e distorcono le decisioni della politica, tanto a Washington quanto a Londra, rendono dunque omaggio a una delle maggiori intuizioni di Keynes:

Gli uomini della pratica, che si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell'aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro. Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato, in confronto con l'affermazione progressiva delle idee.


Tony Judt - Guasto è il mondo - 2011 - Laterza

giovedì 9 giugno 2016

Emilio Lussu e la Ricostruzione dello Stato

(PDF) La ricostruzione dello stato e del paese porrà una vastità di problemi fra i primi, quello dei quadri. Si tratterà di creare tutto in ogni settore del lavoro, dell'economia, della finanza, dell'amministrazione, della cultura. E in ogni settore ha posto una competenza. Anche per i sostenitori tradizionali dello stato italiano centralizzato, la questione delle direzioni locali si presenterà insopprimibile. Non è dal centro, essa dalla periferia, dai comuni, dalle regioni, dalle organizzazioni del lavoro, da tutti, che sorgeranno le difficoltà che reclamano soluzioni immediate. 

La soluzione è sul posto. 

La realtà, ben più che la dottrina, spingerà verso il federalismo. La dottrina ci dice solo che il fascismo italiano ha le sue radici nella centralizzazione dello stato monarchico, che l'Unità ha piemontesizzato, così come il fascismo tedesco, ha le sue nell'avidità di potenza di una Germania prussianizzata. La dottrina ci dice che la rivoluzione francese si è installata nel centralismo dello stato assolutistico di Luigi XIV, come quella russa nel totalitarismo dello stato autocratico. La dottrina ci dice che, per passare dall' impero alla repubblica e per rendere più difficile un colpo di stato asburgico, nella confusione del dopo-guerra, la piccola Austria si organizzò in provincie federali, e che lo stato, così formato, ha potuto, in condizioni che nessun altro paese ha conosciuto peggiori; resistere non un giorno, ma anni, Vienna dieci, agli assalti della reazione cui mancava un punto d’appoggio. 

La dottrina ci dice che la Spagna, paese che sotto molti aspetti rievoca il nostro, se avesse avuto il tempo di presentare al pronunciamento dei generali l'organizzazione federale della repubblica, avrebbe evitato la disfatta, nonostante gli aiuti dati ai ribelli da Mussolini e da Hitler.
L'Italia, di centro politico vitale, non aveva che Roma. Presa Roma, il fascismo, pur ancora inviso
universalmente al popolo dal Veneto alla Sicilia, si è considerato definitivamente trionfante. Noi non
possiamo ricostruire quell'Italia.

La costituzione di uno stato federale esige una coscienza generale federalista: altrimenti si costruisce sulla sabbia. Esige una tale coscienza nazionale per cui le regioni si considerino i baluardi più validi dell'unità nazionale. Se noi abbiamo questa coscienza nazionale, non del federalismo dobbiamo aver paura ma del centralismo. Bisogna che risorga, ricca e multiforme, la vita locale, e interessi sul posto tutti, compresi quei milioni di candidati alla bassa burocrazia e ai piccoli servizi mercenari che il mezzogiorno e le isole allevano come parassiti del paese, e che le provincie scompaiano coi prefetti si che non si senta più parlare di questi centri fittizi e correttori di vita locale. E che si spogli Roma, diventata una città pletorica, di pretoriani e di postulanti.

La preoccupazione, che in taluni arriva fino allo sgomento, per cui lo stato federale sarebbe privo di autorità è degna di un commissario di pubblica sicurezza. L'autorità dello stato democratico non deriva già dalle cariche di polizia, ma dalla coscienza che ogni cittadino ha di essere partecipe della vita dello stato. Nello stato federale, il potere centrale coordina, influenza e dirige: governa, non domina. Il fascismo e l'impero hanno la loro tomba naturale nella repubblica federale. Lo Stato federale non salva obbligatoriamente una democrazia dalla corruzione, ma le dà obbligatoriamente più centri essenziali di vita. Per l'Italia, esso si presenterà come l'organizzazione più razionale della democrazia post-fascista.

sabato 4 giugno 2016

Lelio Basso ed il Consiglio d'Europa



Sul disegno di legge: Ratifica ed esecuzione dello Statuto del Consiglio d'Europa e dell'accordo relativo alla creazione della commissione preparatoria del Consiglio d'Europa, firmato a Londra il 5 maggio 1949


Camera dei deputati, seduta del 13 luglio 1949
il disegno di legge (stampato n. 629), presentato dal Presidente del Consiglio, De Gasperi e dal ministro degli affari esteri, Sforza, fu approvato dalla Camera dei deputati nella seduta del 13 luglio 1949, e, dopo l'approvazione definitiva da parte del Senato nella seduta del 23 luglio, divenne la legge 23 luglio 1949, n. 433. Il trattato che dava vita al Consiglio d'Eu­ropa era stato firmato il 5 maggio 1949 a Londra, da dieci Stati europei (Belgio, Danimar­ca, Francia, Italia, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia), ai quali se ne aggiunsero successivamente altri.

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[...] Ma non vi è dubbio che, attraverso questi contrasti, che rifletto­no contrasti più vasti, anche il Consiglio europeo tende ad inqua­drarsi come uno strumento di questa stessa politica, uno strumento della politica atlantica, e quindi dobbiamo considerare l'accordo oggi sottoposto alla nostra ratifica come manifestazione di politica atlan­tica.

Credo non vi sia bisogno di soffermarsi a dare di ciò molte dimo­strazioni. Basterebbe pensare all'origine; il Consiglio europeo nasce dall'unione occidentale, dal patto di Bruxelles, dal patto delle cinque potenze (Inghilterra, Francia e Benelux), che hanno preso l'iniziativa di convocare le altre potenze. Basterebbe leggere il preambolo del Consiglio europeo, che ad un certo punto così dice: "Attaccati ai va­lori spirituali e morali, che sono il patrimonio comune dei loro po­poli, e che sono all'origine dei principi di libertà individuale, di pre­minenza del diritto su cui si fonda ogni vera democrazia, ecc." e con­frontarlo con il preambolo del patto atlantico, il quale ugualmente dice: "Gli stati contraenti sono decisi a salvaguardare la libertà dei popoli, la loro comune eredità e la loro civiltà fondate sui principi della democrazia", per sentire che unico è il motivo ispiratore.

Sono gli stessi preamboli della Santa alleanza e del Patto anticomin­tern. E sempre così: quando la reazione vuole giustificare sé stessa, Si fa appello alla tradizione, all'eredità, agli elementi del passato, e si chiama tutto questo difesa della civiltà, della civiltà cristiana, della ci­viltà occidentale, a seconda delle circostanze. Ma la sostanza è sempre la stessa. Ma è, del resto, lo stesso ministro Sforza, che in un discorso pronunciato a Bruxelles, il 20 giugno, disse che il Consiglio europeo è uno strumento della politica atlantica; anzi, disse, che la vera unione europea è quella che si manifesta attraverso il Patto atlantico.

Disse testualmente l'onorevole Sforza: "Il problema della unità europea si è imposto progressivamente in tutti gli ambienti, nei Parlamenti, tra gli scrittori politici, ed anche presso vari governi europei. Nel breve giro di poche settimane ho firmato un trattato per la creazione di un'unione doganale tra l'Italia e la Francia, un'unione doganale concepita nello spirito che vi ha animato all'epoca del vostro accordo con i Paesi Bassi e con il Lussemburgo. Ho firmato gli atti che garantiscono la vita della Organizzazione economica per la cooperazione europea che ha sede a Parigi, la quale speriamo divenga il ministero dell'economia europea. Ho firmato a Washington con altri 11 ministri degli esteri il Patto atlantico, che rappresenta, sotto alcuni aspetti, l'autentico inizio di una Unione europea ed infine, il mese scorso, ho firmato per l'Italia, come il mio collega Spaak ha firmato per il Belgio, l'atto costitutivo del Consiglio europeo e dell'Assemblea europea". Non v'è dubbio quindi che l'onorevole Sforza considera il Consiglio europeo come uno strumento di questa politica atlantica e lo considerano tale anche gli americani — il che è più importante — come ad esempio un autorevole ex-ministro degli affari esteri americano, Sumner Welles, il quale in un articolo dell'I 1 febbraio, dopo il primo comunicato che annunciava gli accordi per il Consiglio europeo, diceva: "Il progetto attuale è un debole compromesso. Esso respinge la tesi francese, secondo cui bisogna creare un potente Parlamento europeo. Il progetto non contiene nessuna disposizione che preveda la limitazione delle sovranità nazionali. 

Un'ombra di unione europea del genere di quella che si progetta attualmente, ha delle chances di essere di qualche utilità pratica per gli Stati Uniti? 

Esiste una ragione valida perché non si dica francamente a quei Paesi che ricevono aiuti a titolo Erp (European Recovery Program, ossia Piano per la ripresa europea, ndr), e che riceveranno armi per la loro difesa in conseguenza del Patto atlantico, che uno dei principali risultati ricercati dal popolo americano, in cambio dei sacrifici che esso consente per l'Europa occidentale, è una federazione reale dei Paesi dell'Europa occidentale?" 

È chiaro quindi che nelle intenzioni del ministro Sforza e nella realtà dei fatti il Consiglio europeo è uno strumento per la realizzazione delle stesse finalità che l'imperialismo americano si è assegnato col patto atlantico. E uno strumento per sviluppare la stessa politica mondiale dell'America, e contro la quale le resistenze inglesi hanno lo stesso significato delle resistenze di un imperialismo che tramonta contro un imperialismo che si afferma vittorioso, resistenze di un egoismo conservatore, contro un egoismo aggressivo e conquistatore. Ora, quale è il posto che questo Consiglio europeo occupa nel quadro generale di questa politica atlantica; quale è la funzione che gli compete? È indubbiamente ed essenzialmente per ora (in attesa di ulteriori sviluppi) una funzione dì copertura. Il patto atlantico parla anche esso di ideali, ma parla anche di armi, che sono uno strumento di politica molto più realistico; il piano Marshall parla di cooperazione, di ideali, di mutuo appoggio, ma parla anche di quattrini, che sono qualche cosa di prosaico. Ora è bene invece avere uno sfogo per i puri ideali, un'assemblea dove si può parlare soltanto di ideali europeistici, e non di armi né di quattrini. 

Questo piace all'opinione pubblica; questo piace a certi strati soprattutto della piccola e media borghesia. Perché noi ci rendiamo meglio conto dell'importanza fondamentale che queste cose hanno nel quadro generale della politica capitalistica, è necessario pensare che tutta la società borghese è costruita essenzialmente su due piani: il piano della lotta di classe, il piano ove si svolgono le cose così come sono realmente nella loro dura brutalità, e il piano in cui questi rapporti di classe, in cui le contraddizioni della società, in cui tutti i conflitti che ci dilaniano, sono, viceversa, espressi e risolti in termini puramente formali  e puramente giuridici. 

La vecchia società precapitalistica chiamava più brutalmente le cose col loro nome, aveva anch'essa una divisione in classi, delle contraddizioni interne, una oppressione di classi su altre classi; ma chiamava privilegi i privilegi, diceva apertamente che il servo della gleba era legato alla terra, dava apertamente agli ordini privilegiati, nobiltà e clero, maggiori diritti che al Terzo Stato, proclamava in tutte lettere quali erano le restrizioni dei diritti dei cittadini non appartenenti agli ordini privilegiati. Era una società che confessava apertamente le sue contraddizioni, perché rimandava la soluzione di queste contraddizioni all'oltretomba: l'uomo che sentiva la sua disuguaglianza su questa terra, si consolava pensando che era uguale agli altri nell'aldilà e si rassegnava a un'oppressione che riguardava solo il breve periodo di passaggio su questa terra. 

La società borghese è sorta negando questi principi, è sorta chiedendo che la società risolvesse le sue contraddizioni in questo mondo e che cessassero gli ordini privilegiati e l'oppressione che ne derivava. Perciò essa ha dovuto risolvere queste contraddizioni su questa terra; ma poiché d'altro lato ha creato nuovi privilegi economici, essa ha potuto risolverle solo su un piano giuridico formale, cioè il contrasto esiste ancora, l'oppressione è ancora più dura, il proletario di oggi è in condizioni più gravi di quelle del servo della gleba; ma esso è formalmente uguale agli altri uomini. L'uguaglianza non si realizza più soltanto dinanzi alla tomba, ma dinanzi alla legge: formalmente la società borghese risolve tutte le sue contraddizioni e per ogni soperchieria brutale che il capitalismo compie, per ogni forma di sfruttamento che il capitalismo impone alle classi oppresse, esso deve sempre trovare una giustificazione ideale. Di fronte ad una contraddizione che si aggrava sul piano sociale, bisogna sempre trovare una apparenza di soluzione valida sul piano formale: ed è questo il servigio che i ceti medi rendono alle classi capitaliste, è appunto il servigio di tradurre in questo linguaggio ideale e formale le contraddizioni brutali della società. 

E non c'è nulla di più assurdo nella situazione di oggi del buon piccolo e medio borghese che ogni giorno è brutalmente spogliato della sua proprietà dal grande capitale attraverso la pressione fiscale, le svalutazioni monetarie, il giuoco di Borsa, e, ciononostante, si proclama difensore della proprietà e naturalmente della proprietà così com'è, cioè, della proprietà capitalistica, contro il socialismo. Non v'è nulla di più assurdo nella posizione di questo medio e piccolo borghese oppresso nella sua libertà, perché ogni giorno più ridotto a mero strumento della politica capitalistica — sulla quale non esercita alcuna influenza — costretto perfino ad assimilare le idee che gli fornisce bell'e fatte la stampa dell'imperialismo, la cui possibilità di informazione è annullata e la cui libertà di giudizio è violata sin nell'in-timo delle coscienze, e che ogni giorno di più si fa difensore della libertà esistente, cioè dell'ordine stabilito, contro le minacce che gli verrebbero dal socialismo. 

È veramente una situazione assurda e io la sottolineo in questo dibattito, perché credo che essa ci aiuti a mettere in rilievo quello che, secondo me, è l'elemento che va denunciato nello strumento che è sottoposto alla nostra ratifica. Il Consiglio europeo, cioè, è la maschera progressista, idealista che deve coprire due realtà brutali: la manomissione economica che l'imperialismo, il grande capitale americano, esercita sull'Europa e la politica del blocco occidentale in funzione antisovietica.

Tradurre questa politica nel linguaggio del federalismo, esprimere cioè questa realtà di sopraffazione e di soperchieria in termini ideali, è un mezzo che serve a fare accettare questa politica a molta gente in buona fede per poi servirsi di tutta questa gente in buona fede come specchio per le allodole onde trascinare certi strati della popolazione dalla stessa parte. [...] 

Il compito nostro, il compito di un Partito di classe è quello di ritradurre in linguaggio di classe queste contraddizioni del mondo capitalistico, è, per esprimersi con frase marxista, quello di rendere ancora più oppressiva l'oppressione reale aggiungendovi la coscienza dell'oppressione, di lottare cioè non per contrastare il cammino della storia, ma per fare sfociare le contraddizioni, che lacerano questo mondo, nella loro vera soluzione, per risolverle non sul terreno formale e giuridico, ma sul terreno reale del superamento delle contraddizioni, cioè dell'avvento di una società migliore.

Noi voteremo quindi contro questa ratifica, perché nel Consiglio europeo vediamo molto più di quanto non sia scritto in questi articoli: vediamo una unità europea che vuol raggiungersi al servizio dei trusts americani; vediamo i passi già fatti e quelli ancora da fare semplicemente come condizioni per la migliore attuazione di una politica di classe, che noi condanniamo. 

Voi passerete oltre alla nostra opposizione, come passerete oltre alla nostra opposizione al patto atlantico. Gli strumenti di questa politica di dominazione, di questa politica di lacerazione interna, di profondi conflitti continueranno ad accumularsi nelle vostre mani e nelle mani dei vostri amici di oltre Atlantico; e nella misura in cui voi li accumulate, voi esasperate le contraddizioni della società, voi acuite la lotta di classe; nella misura con la quale li accumulate, voi avvicinate la nostra vittoria. 


È stato detto che quando la notte appare più buia, l'alba è vicina; quanto più voi crederete di aver garantito la vostra sicurezza, quanto più voi crederete di aver assicurato il vostro dominio e di avere steso sull'Europa l'ombra buia di questa reazione, tanto più vicina sarà l'alba del nuovo giorno che sta per spuntare. Noi ne abbiamo la certezza, signori del governo, perché noi siamo fra coloro che non hanno bisogno di aspettare che il sole sorga per credere alla luce.

venerdì 3 giugno 2016

Sulla Revisione della Costituzione



COMMISSIONE PER LA COSTITUZIONE

II SOTTOCOMMISSIONE

RELAZIONE del deputato ROSSI PAOLO (PSLI)

SULLA
REVISIONE DELLA COSTITUZIONE

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La determinazione di particolari norme e garanzie per la revisione della Costituzione, implica, naturalmente, il presupposto che la Costituzione sia essa medesima una garanzia ed anzi il presidio fondamentale di quel «riposato vivere civile» che fu il miraggio di tante generazioni di italiani, realizzato appena, e forse soltanto intravisto, in alcuni decenni più felici.
Ora tutti sappiamo che la Costituzione è uno, e certo non dei più efficienti, tra i mezzi con i quali, data sempre l'esistenza di certe condizioni economiche, morali e psicologiche, si possono salvaguardare le libertà politiche.
La Costituzione è prima un sentimento che una legge, e noi abbiamo avuto sotto gli occhi gli esempi opposti di paesi intrinsecamente costituzionali, che pur non posseggono una Costituzione vera e propria, e di paesi brutalmente incostituzionali, a dispetto di Costituzioni moderne e perfettissime. Si è detto che il diritti, non è la legge e si può soggiungere, a maggior ragione, che la Costituzione non è la libertà.
Il Ministero per la Costituente, curando la pubblicazione di tanti elaboratissimi Lesti costituzionali delle repubbliche del dopoguerra, grandi e piccole, ha tracciato un desolante panorama. Quasi tutti quegli statuti, cosi saviamente meditali per rendere durevoli le libertà un giorno raggiante, hanno permesso il rapido sorgere di dittature, quando larvate ed ipocrite, quando aperte ed insolenti.
In Italia le libertà furono soppresse assai prima di giungere alla legislazione eversiva del 1925-1929, pseudo giuridicizzazione, altrettanto clamorosa quanto inutile, di uno stato di fatto già esistente.
Basta ricordare che tutte le più solenni garanzie statutarie erano state sistematica-mente distrutte col semplice ricorso all'innocuo articolo 3 della legge comunale e provinciale; Così si credeva di dare una apparenza di legalità, ad atti di violenza che andavano via via sopprimendo i fondamentali diritti di stampa, di riunione, d'associazione, ecc.
La Costituzione può essere lasciata formalmente in vigore (esempio italiano e tedesco) e venir manomessa e sovvertita, nella pratica di governo, mediante capziose e ciniche interpretazioni, o mediante violazioni che sono, di solito, tanto meno denunziate e denunziabili quanto più sono flagranti e vistose.
La revisione, o l'abrogazione, di uno statuto e la promulgazione di nuovi principi di convivenza sociale non precedono i mutamenti nella struttura costituzionale dello Stato, ma seguono, come regole di una politica già attuata.
 Sarebbe ingenuo ed antistorico immaginare il processo contrario, e cioé un sovvertimento costituzionale, in qualunque senso, che non partisse dalla prassi, ma cominciasse da cauti e legali progetti di ritocco della Costituzione.
Parrebbe, dunque, doppiamente vano affaticarsi a garantire con speciali cautele e congegni la revisione della Costituzione, quando da un lato la Costituzione, di per se stessa, è inadeguata garanzia della libertà, e v'è, dall'altro, la certezza sperimentale che ogni profonda revisione statutaria è soltanto la constatazione e la legalizzazione di un rivolgimento politico anteriormente avvenuto e già operante nella realtà.
Ma cosi non è.
Nessuno dei congegni che sono stati studiati, e si possono ulteriormente studiare, per sottrarre la legge fondamentale al pericolo di facili ed avventati mutamenti, potrà impedire l'usura di una Costituzione, il suo lento e naturale svuotarsi col progresso del tempo, l'improvviso suo superamento quando si presenti una situazione rivoluzionaria, e nemmeno, purtroppo, il pericolo di farisaiche ed elusive applicazioni. E seppure esistessero, in teoria, mezzi per rendere immutabile lo statuto, nessuno oserebbe assumere la responsabilità di una mosaica pietrificazione, a meno di non ridurre il testo a pochissime, e assolutamente generiche, affermazioni di diritto naturale.
Ciò che si deve pretendere è che la Costituzione sia posta al riparo dalle transitorie oscillazioni della politica e da quegli improvvisi ed effimeri scarti d’umore da cui i popoli, e il nostro specialmente, non sono più immuni degli individui. La Costituzione non deve essere ritoccata, o mutata, che quando il popolo abbia manifestato, una sicura, ripetuta, durevole volontà di riforma. A tal fine che, per fortunata coincidenza, è, insieme, l'unico desiderabile e il solo raggiungibile, si possono dettare concrete e utili norme. La serietà, l'amore, la cura che vogliamo porre nello sceglierle e nel perfezionarle saranno, intanto, un primo contributo alla formazione di quella coscienza costituzionale che rende vive ed efficienti le Costituzioni, scritte o tradizionali che siano.
 Come uno dei rappresentanti in questa Sottocommissione, del Partito Socialista, chiedo di poter esprimere, per incidente, un giudizio ed un voto.
La coscienza costituzionale è elemento indispensabile per l'esercizio e la sicurezza dei diritti politici.
L'altro elemento è una coscienza internazionale della libertà. Spinto alle sue estreme conseguenze, il principio del non intervento negli affari interni degli altri, che ci ha mostrato un mondo civile spettatore impotente davanti alla strazio della dignità e della vita umana perpetrato da Tirannici regimi, fu l'humus delle dittature e la causa prima della guerra.
La libertà è solidale, nel mondo moderno, e nessun popolo è veramente libero e sicuro in casa propria, se i popoli vicini, d'uguale sviluppo civile, non sono anch'essi liberi e sicuri. D'onde, da un lato, il diritto statutario per il popolo d'appellarsi al giudizio internazionale, e dall'altro un dovere di garanzia per la libertà degli altri paesi.

* * * * *

E’ comune a tutte le dottrine politiche moderne il concetto che una Costituzione non può essere immodificabile. Il Partito a cui appartengo e, credo, tutte le correrti politiche più disparate concordano nelle due massime formulate da G. D. Romagnosi nella Scienza delle Costituzioni (parte II, libro III, titolo VII): «Niuna generazione può assoggettare alle sue leggi le generazioni future » e « Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, di riformare e di cangiare la sua costituzione ». La Costituzione repubblicana non si porrà, sullo schema dello statuto albertino, come legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile. E, con ciò, si difenderà meglio da quelle ferite, che occasionali e capillari sotto i Governi liberai-conservatori, divennero quotidiane e micidiali dopo l'avvento del fascismo.
Il principio della rivedibilità (con le garanzie di cui la revisione deve essere circondata) è iscritto in gran parte delle Costituzioni moderne e pensiamo non possa mancare nella nostra. Rivedibilità e garanzie della revisione sono legate all'idea di una Costituzione rigida, quale è voluta, crediamo, da tutti i partiti e quale è resa, anche tecnicamente, necessaria dalla progettata forma regionale.
Una Costituzione rigida non può essere derogata con una legge ordinaria, ma attraverso una riforma che, secondo i vari sistemi escogitati, sia votata per referendum, o sottoposta da una maggioranza qualificata, o approvata da una Assemblea Nazionale formata dalle due Camere riunite, dove le due Camere esistono.
Tutti questi sistemi hanno i loro difetti. Il semplice referendum, svolgendosi in poche settimane d'agitazione, può rispondere ad istanze passionali e fugaci, piuttosto che a sicure esigenze politico-sociali, e rappresentare il prodotto di una concitazione momentanea, piuttosto che l'epilogo di una duratura e meditata volontà.
Il sistema della maggioranza qualificata di tre quinti o di due terzi (Costituzione sovietica del 1936, turca del 1924, ecc.), non sembra né democratico, né razionale. Non si comprende perché quando il sessantasei per cento dell'elettorato e degli eletti reclama una riforma, il trentaquattro per cento possa insistentemente impedirla, quante volte venga proposta, senza possibilità d'appello. Quando la minoranza si ponga in urto con la maggioranza e prevalendosi del privilegio costituzionale inverta il principio maggioritario, tutto il sistema crolla e viene a determinarsi una insopportabile antinomia. In pratica il Governo non può governare e il paese è posto al bivio tra l'insurrezione e una sostanziale dittatura, mal dissimulata sotto un velo di formale costituzionalità.
Certamente migliore il sistema d'attribuire il potere di revisione ad una Assemblea Nazionale, composta dalle due Camere riunite, ma anche questo, come gli altri metodi consistenti nel sottoporre il progetto di riforma alla condizione che sia firmata da un quarto, da un terzo, dalla metà dei deputati, sembra soltanto un espediente, del tutto formale, per creare una distinzione tra il potere legislativo e il potere costituente.
A bene considerare le cose, vediamo che si tratta piuttosto di un modo speciale d'esercizio del potere legislativo. L'Assemblea Nazionale, formata dalla Camera dei Deputati e dal Senato, potrebbe anche chiamarsi Costituente, quando fosse riunita per decidere un progetto di riforma della Costituzione, presentato nel corso della legislatura. Ma ognuno comprende che sarebbe questione di nome. A parte le definizioni giuridiche del potere costituente, vaghe e quasi sempre limitate alla mera dichiarazione esterna e per nulla definitiva, che il potere costituente... è il potere costituente, e cioè l'organo, o gli organi investiti della facoltà di dettar leggi costituzionali, ciò che dà ad una Assemblea il carattere reale ed intrinseco di Costituente ci sembra l'elezione fattane a quel determinato fine, dopo una campagna elettorale che abbia come piattaforma il mutamento della Costituzione. Tale carattere manca evidentemente ad una assemblea formata dall'occasionale riunione delle due Camere che ad un certo punto della loro vita legislativa approvano un progetto di riforma della Costituzione.
Bisogna trovare un modo di riforma che sfugga ai tre ordini di critiche che scaturiscono dalle precedenti osservazioni e che nello stesso tempo non si presenti come troppo lungo e macchinoso. E il seguente schema mi sembra conciliare abbastanza bene le antitetiche esigenze, garantendo dal pericolo di decisioni precipitate escludendo l'incongruenza d'una Costituzione conservata contro la volontà della maggioranza, mantenendo una netta separazione tra potere legislativo e potere costituente, senza perciò sottoporre la Nazione ad un particolare travaglio politico.

ART. ....

Ogni proposta di modificazione della Costituzione può essere introdotta dal Governo, o per iniziativa parlamentare, secondo l'ordinaria procedura dei progetti di legge, ma deve ottenere, in entrambe le Camere, una maggioranza pari almeno alla metà più uno dei membri che organicamente le compongono.
La proclamazione stessa del risultato affermativo determina lo scioglimento del Parlamento. Entro novanta giorni saranno convocati i comizi elettorali e le nuove Camere dovranno, entro un mese dalla loro rispettiva convocazione, porre ai voti, senza emendamenti, il progetto già approvato dal disciolto Parlamento. Ove il progetto risulti confermato, a normale maggioranza, esso diventa legge costituzionale. Dopo il voto il Parlamento continua la sua ordinaria attività legislativa.
Non mi è parso di esigere, come si leggi in diverse Costituzioni (spagnuola 1931, lituana 1938, ecc.), che il progetto debba essere presentato da un certo numero di deputati, o di senatori, mentre sembra opportuno precisare che la maggioranza debba calcolarsi sul numero totale dei membri che compongono organicamente le Camere. Il caso storico dell'emendamento Wallon, che diede origine alla Costituzione francese del 1875 per un solo voto di maggioranza, rende opportuno che dopo una deliberazione di tanto interesse non sia possibile recriminare osservando che se non vi fossero stati membri morti, o decaduti, o altrimenti impediti, l'esito sarebbe stato diverso. Tale cautela non si ritiene più necessaria per il nuovo Parlamento, appena eletto dopo una campagna che ha come oggetto precisamente la progettata riforma.
Il divieto di apportare emendamenti è poi necessario per non rendere illusoria la garanzia sostanziale della doppia legislatura. Così non vedo una ragione sufficiente per introdurre limitazioni di tempo, prescrivendo che la Costituzione non può essere mutata se non dopo un certo numero di anni (Costituzione spagnuola). E’ proprio nel primo periodo d'esperienza costituzionale che possono rivelarsi errori, o manchevolezze, incorse nella redazione e rendersi necessarie aggiunte, o varianti.
Infine la continuazione del Parlamento, dopo esaurito l'esercizio del potere costituente, per i suoi normali compiti legislativi, evita il turbamento e il danno di consultazioni popolari non necessarie e troppo ravvicinate.

Di proposito ho omesso la dichiarazione che la forma repubblicana non può essere sottoposta a revisione. Nel leggerla in altre tavole costituzionali (progetto francese 1946, ecc.) pe riportai una impressione di debolezza. Essa mi apparisce, inopportuna, inutile e meno degna di quel sentimento repubblicano che, espresso a maggioranza dal popolo italiano, è destinato a diventare nel futuro fondamento primo e parte integrante della nostra coscienza politica.